Marketing e musei: si può fare!

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musei_e_marketing Leggendo gli articoli che trovo in rete dedicati al marketing culturale, mi sono reso conto che l’associazione marketing + museo è la più diffusa ed anche quella maggiormente travisata.

Per questo motivo, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che noto quando mi capita di leggere di iniziative di marketing museale, cercando allo stesso tempo di offrire degli spunti di riflessione per coloro che intendono cimentarsi in questo settore in maniera seria e professionale.

Non ho mai letto di vere iniziative di marketing museale, ma di sporadiche attività volte a pubblicizzare un museo.
Mancanza di programmazione e di strategia sono le premesse che portano alla nascita di inutili cattedrali nel deserto. Quante volte sentiamo parlare di mostre che catalizzano l’attenzione del pubblico per un periodo limitato di tempo, lasciando poi ritornare nell’oblio la struttura che ha ospitato l’evento? Sembrerebbe quasi che l’unico tipo di effort che sanno offrirci i musei italiani è questo.
I danni di questa politica sono molteplici nel medio-lungo periodo, mentre nel breve termine il responsabile può anche vantarsi di aver ottenuto dei risultati eccellenti.
Non sarebbe più produttivo studiare delle strategie in grado di coinvolgere un maggior numero di persone in maniera continuativa, fidelizzando gli utenti?

I critici che si scagliano contro il marketing applicato ai musei dicono cose giuste, ma anche tante fesserie.
In occasione degli eventi sopra descritti, i puristi della cultura si stropicciano le mani, affilano le penne e danno vita ad una lunga serie di accuse rivolte al marketing applicato all’ambito museale.
Queste persone, pur dando vita, in molti casi, a critiche assolutamente condivisibili, non hanno compreso che non è il marketing culturale a produrre questi danni, ma la sua errata applicazione.
Facciamo un esempio pratico: una delle accuse più frequentemente rivolte a queste mostre riguarda l’assoluta mancanza di rigore filologico nell’allestimento.
Una persona che opera con serietà e professionalità nel settore del marketing non accetterebbe mai di “immettere sul mercato” un prodotto difettoso, mancante di alcune sue parti. È come comprare un telefono cellulare e dover poi andare ad acquistare la cover, l’antenna, lo schermo, montandoseli da soli. Chi mai lo farebbe?
Tuttavia, una critica mossa dai soloni non posso condividerla: la “mercificazione” della cultura. Questi puristi di cosa vivono? Si fanno pagare per le loro competenze professionali? Oppure la loro è un’esistenza ad euro zero? Qualcuno mi dirà che la cultura dovrebbe essere accessibile e gratuita per tutti; io rispondo che sono d’accordo, a patto che lo siano anche l’acqua, il cibo, la casa, l’assistenza medica, la scuola, insomma tutti quei beni primari che ci consentano di vivere. Non possiamo dimenticarci che ci troviamo in una economia di tipo capilista e dobbiamo agire al suo interno.

L’orientamento generale è innovazione tecnologica = marketing museale.
Un altro aspetto che mi lascia perplesso riguarda l’applicazione, a tutti i costi, della tecnologia al fine di migliorare l’esperienza dell’utente che visita un museo. Sembra che sia l’unica strada, oggi, per essere al passo ed avere successo in ambito di comunicazione e marketing.
Sono un convinto sostenitore della tecnologia, tuttavia, ritengo che sia solo una parte, seppur sempre più importante, del marketing applicato ai musei. Costruire l’app più bella del mondo, ma non essere in grado di far vivere all’utente una esperienza di visita soddisfacente, è come creare meravigliosi involucri che non contengono nulla.
In prima analisi mi preoccuperei di creare i presupposti affinché la visita reale, quella che mi porta i maggiori benefici, sia la migliore possibile. Poi, per arricchire ulteriormente l’esperienza, procederei con la creazione di un supporto tecnologico.

Sembra che in Italia il museo del giocattolo di Vattelapesca non sia diverso dagli Uffizi di Firenze.
Quando si parla di Musei, difficilmente ho sentito fare distinzioni. Sembra che tutti quelli esistenti in Italia (e sono oltre 7.000) abbiano dei capolavori assoluti in grado di attirare folle di persone e che non si riescono a riempire le sale solo per l’incompetenza dei dirigenti.
Differenze tra il piccolo museo di interesse locale e quello di fama internazionale sembrano non esistere; del resto chi ha mai notato le differenze tra una Cinquecento ed una Ferrari?
Strutture diverse, differentemente radicate nel territorio, con diversa capacità di attrazione nei confronti del potenziale pubblico, hanno bisogno di diverse strategie.

E voi, cosa ne pensate? Quando vi siete trovati ad operare in questo settore, che tipo di problematiche avete incontrato?

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