Marketing culturale & Fundraising: così uguali, così diversi

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marketing culturale e fundraising Operando nel settore del marketing culturale, ho notato che in molti casi il comportamento dei potenziali clienti è il seguente: interesse più marginale per le attività tradizionali del marketing culturale e grande attenzione ai problemi del fundraising.
A quanti operatori del settore è capitato di spendere parole importanti sul ruolo del marketing culturale e poi sentirsi dire “In realtà stiamo cercando una persona che ci trovi degli sponsor?” (una risposta del genere, a mio parere, svilisce anche il lavoro del fundraiser).
Non nego che il “vile danaro” sia un aspetto importante della “questione cultura”, ma mi porta a fare alcune considerazioni che vorrei condividere con voi.

  1. La quasi totalità degli operatori del settore è, in buona fede, convinta di saper ideare, progettare e realizzare un evento culturale. Se un marketer solleva delle obiezioni o fa riflettere su qualche aspetto del progetto, viene visto con sospetto.
    “Questo vorrebbe insegnarmi il mestiere”, “Ma cosa ne vuole capire”. Lo so che, anche se non lo dicono apertamente, lo stanno pensando.
    Gli operatori della cultura, di conseguenza, sono orientati a cercare figure che possano sollevarli dai problemi di ordine economico.
    Avvicinatevi al monitor; sto per rendervi partecipi di un grande segreto:
    il marketer culturale non sostituisce nessuno, s-u-p-p-o-r-t-a e a-i-u-t-a coloro che operano in questo mondo.
  2. Corollario del punto precedente: pochi capiscono il compito di un marketer culturale. Uno degli aspetti principali di questo campo, infatti è, a mio giudizio, la capacità di valutare e determinare a priori (con tutti i rischi del caso, eh!) la sostenibilità economica di un prodotto culturale.
    Insomma: avere i soldi non basta, è necessario pianificare tutto con estrema attenzione, soprattutto oggi che i fondi scarseggiano. Il piano di azione ed il budget definiti nel piano di marketing a qualcosa dovranno pur servire, no!?
  3. Il fundraiser viene percepito, troppe volte, come qualcuno che deve fare la questua al nostro posto. Non sono un esperto del settore, ma posso affermare, senza tema di smentita, che si tratta di una figura professionale che deve possedere numerose competenze.
    Di conseguenza possiamo affermare che non ci troviamo di fronte all’evoluzione del venditore porta a porta (che almeno ha in vantaggio di offrire un prodotto tangibile) che propone ai potenziali clienti l’acquisto di cultura (altro che aria fritta!) ma, sapevatelo, di fronte ad una persona che ha dovuto compiere un percorso di crescita, personale e professionale, ben preciso per essere ciò che è oggi.
  4. L’approccio di chi si affida a figure professionali specifiche (per raccogliere fondi o pianificare un’attività), è nella maggior parte dei casi sbagliato, visto che invocano il deus ex machina che possa risolvere tutti i problemi. Dopo decenni in cui il settore del non profit è stato gentilmente foraggiato dal settore pubblico, le improvvise vacche magre degli ultimi anni hanno ingenerato panico diffuso.
    Coloro che fanno cultura non si sono resi conto che oggi, operare in questo settore, significa anche saper guardare agli aspetti economici. Purtroppo, per molti di essi significa sporcarsi le mani, per cui, duri e puri, continuano per la loro strada, almeno fino al momento in cui non viene qualcuno a ricoprirli di soldi (questo concetto, per quanto possa attagliarsi perfettamente agli artisti, è applicabile anche alla stragrande maggioranza degli operatori culturali).
    Ricordatevi sempre ciò che affermava (provocatoriamente) Andy Wharol: “La Business Art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business. Voglio essere un Business Man dell’arte o un Artista del Business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante…fare soldi è un’arte, fare buoni affari e la migliore forma d’arte.
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